Stabile il settore, mai completamente ripreso dalla crisi. Meglio i microbirrifici anche se penalizzati dalle accise

La birra artigianale sta sicuramente vivendo la sua età aurea per diffusione e successo di clientela. Un po’ meno per vantaggi fiscali. Dopo le dimissioni dell’ex Presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, le misure che erano state annunciate dal Sottosegretario al Ministero dell’Economia, Pierpaolo Beretta, per sostenere i piccoli produttori di birra sono naufragate.

Nel difficile rapporto tra birra e fisco, la riduzione delle accise è stata finora l’unica misura concreta per alleggerire un settore che, secondo le cifre indicate da Assobirra, in Italia dà lavoro a 137 mila persone e negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi per cinque il numero dei microbirrifici, che sono 500 in tutto lo Stivale e hanno registrato una crescita del 18% nel 2015, in controtendenza rispetto al resto del settore.

Una bottiglia di "Fisc-Ale" (fonte: Assobirra)

Una bottiglia di “Fisc-Ale” (fonte: Assobirra)

Già nel 2015 Assobirra aveva lanciato la campagna #rivogliolamiabirra (o #iwantmybeerback) con un’ironica protesta davanti a Montecitorio per chiedere meno pressione fiscale sulla birra – quando sul vino non gravano accise -, che risulta essere superiore a quella vigente in Germania e Spagna. Durante la campagna, oltre a una petizione per la riduzione delle tasse, era stata scherzosamente presentata “Fisc-Ale”, “l’unica birra che paghi due volte”, “ottenuta con la massima pressione fiscale”, in riferimento provocatorio al fatto che metà del prezzo di ogni bottiglia se ne va in accise.

Il beneficio attuale degli sgravi fiscali non sembra essere sufficiente. Uno dei fondatori del birrificio Birradamare di Fiumicino, Elio Miceli, ha dichiarato a L’Espresso che il suo risparmio sarà di circa 8 mila euro l’anno, vista i pochi ettolitri prodotti. Ma qualcun’altro vede il bicchiere (di birra, beninteso) mezzo pieno: Tommaso Norsa, proprietario del birrificio Hibu sostiene che nonostante il provvedimento sia irrisorio costituisca un primo segnale di cambiamento nel settore.

Per quanto riguarda la situazione generale di mercato, il rapporto 2016 (con numeri relativi al 2015) di Assobirra evidenzia le bollicine luppolate stiano tornando a crescere, nonostante siano ben lontane dalla situazione precedente il 2007, quando la crisi ha iniziato a far precipitare il comparto. In base agli ultimi dati i consumi di birra in Italia sono pressoché stabili a quota 30, 8 litri per persona – leggermente inferiori ai 31,1 del 2007 – che gli italiani consumano nella propria abitazione nel 58,8% dei casi.

Crescono import ed export, arrivando a toccare i loro picchi storici nel 2016, rispettivamente 2,3 milioni e 7 milioni di ettolitri: l’aumento del saldo tra i due sarebbe causato proprio dalla pressione fiscale sulla birra italiana. A bere la birra nostrana all’estero sono soprattutto i paesi europei, con la Gran Bretagna in testa (1 milione e 100 mila ettolitri), seguita da Paesi Bassi (200 mila ettolitri) e Francia (100 mila ettolitri). La birra estera preferita dai bevitori del Belpaese rimane invece quella tedesca, che con i suoi 3,3 milioni di ettolitri da sola costituisce la metà delle importazioni.